Rassegna Stampa
Riapre il Museo diocesano del Montefeltro PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Luglio 2010 08:17

Giovedi 8 Luglio l’inaugurazione dello spazio espositivo dopo il lungo restauro. Il vescovo Negri: una grande occasione di recupero della tradizione cristiana.

Di Francesco Partisani


SAN MARINO. Dopo accurati e radicali lavori di ristrutturazione dell’edificio che lo ospita, domani alle 16, viene riconsegnato al pubblico il Museo diocesano del Montefeltro «Bergamaschi» ospitato in Palazzo Bocchi, a Pennabilli.
L’allestimento per il momento occuperà una quindicina di sale oltre a molti spazi ricavati utilizzando gli ampi corridoi; il tutto disposto su tre livelli dove troveranno posto le opere d’arte, in gran parte religiose, raccolte, conservate e restaurate dalla diocesi di San Marino-Montefeltro. Fu il vescovo Antonio Bergamaschi a intuire l’urgenza di un luogo idoneo a ospitare le tante opere artistiche del territorio soggette spesso a razzia, soprattutto nelle chiese più distanti e isolate. Un segno di lungimiranza di cui ancora cinquant’anni dopo non si può che essergli grati. Parlando della riapertura, il vescovo Luigi Negri, che l’ha fortemente voluta, sottolinea che il Museo non va inteso come «pura conservazione del passato». «L’ho inteso – aggiunge il presule – come una grande occasione di recupero della tradizione cristiana e una grande possibilità, offerta a tutti gli uomini di buona volontà di questi territori, di recuperare gli elementi fondamentali di quella cultura di popolo per cui questo popolo è giustamente orgoglioso dopo secoli della sua tradizione di vita». L’auspicio è che il Museo diventi «un fattore fondamentale di dialogo fra le posizioni diverse ma per l’incremento del bene, della libertà e della giustizia in questo nostro paese». Nel Museo sono raccolte opere di artisti come Benedetto Coda, Catarino di Marco di Venezia, Giovan Francesco da Rimini, Guido Cagnacci, Nicolò Berrettoni, Carlo Cignani, Giovanni Francesco Guerrieri da Fossombrone e esponenti delle Botteghe romana, di Casteldurante e romagnola. Ma vi trovano spazio anche una grande collezione di oggetti liturgici e paramenti sacri, sculture, maioliche, argenterie. All’inaugurazione interverranno, tra gli altri, dom Michael J. Zielinski vice presidente della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa, Santino Langé già ordinario di Restauro architettonico e di Storia dell’architettura e il direttore dei Musei vaticani Antonio Paolucci.
Francesco Partisani

(Avvenire, giovedì 8 Luglio 2010, pag. 18)



 

 
Una piccola inedita meraviglia PDF Stampa E-mail

Appena aperto il Museo diocesano del Montefeltro a Pennabilli in Palazzo Bocchi. Patrimonio di bellezza e di spiritualità.

di Silvia Paccassoni

PENNABILLI – Solo lì, in quella terra segnata dall’alto tra le due cime, ha ragione di esistere quello che chiamano il Museo diocesano del Montefeltro, una piccola, inedita, meraviglia incastonata nelle rocce. Salire le pietrificate stradine di Pennabilli, nel silenzio dell’attesa, ci prepara alla scoperta. In nessuno altro luogo potrebbe avverarsi l’esperienza sentimentale che il restaurato Palazzo Bocchi rende possibile.
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”: con la citazione dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo i curatori del nascente Museo diocesano decidono di presentare il percorso scelto, ponendo l’accento sulla conoscenza imperfetta che ci appartiene. Roberto Bua, Silvia Cuppini, Alice Devecchi, Joan Martos firmano un allestimento davvero originale, libero dalle didascalie e dalle informazioni storico-artistiche, perché non è l’intento documentario quello che perseguono. Le opere presentate provengono dal territorio della diocesi, sono frammenti di storie dalla memoria spesso imperfetta, testimonianze di fede prima di tutto, oggetti che raccontano di un amore antico, di un dialogo serrato, ancora in corso, tra Dio e l’uomo. “I musei ecclesiastici non sono depositi di reperti inanimati; ma perenni vivai, nei quali si tramandano nel tempo il genio e la spiritualità della comunità dei credenti”, scriveva Giovanni Paolo II. Degli oltre mille pezzi, conservati dalla collezione diocesana, sono stati esposti circa venticinque dipinti, una decina di sculture e una scelta di vasi, di ceramiche e di paramenti che insieme segnano l’inizio di un lavoro di studio, tra catalogazione, restauro e attribuzione, ma soprattutto l’impegno di restituire alle persone il loro patrimonio di bellezza e di fede. Il museo, come contenitore di conservazione, separa l’opera d’arte dal mondo degli uomini, la isola dal suo luogo di nascita, dimenticando spesso la tensione che l’ha portata a esistere, perché un crocifisso sopra l’altare non nasce come scultura ma come momento di meditazione sulla Passione di Cristo, così le Maternità trecentesche non vedono la luce come dipinti, ma sono gli abbracci della Vergine al Bambino. E’ il significato primo degli oggetti vissuti nelle chiese quello che si vuole recuperare, le storie che si sono depositate su di loro e che ne hanno modificato la condizione di vita e il destino, per questo l’esposizione è flessibile. Gli oggetti oggi in mostra possono essere restaurati, se bisognosi, o ritornare nelle chiese di provenienza o anche essere spostati per raccontare storie nuove.  “Non ho certo inteso, né  intendo un Museo come pura conservazione del passato, quasi  una sorta di archeologia, ho inteso e intendo un Museo come una grande occasione di recupero della tradizione cristiana e una grande possibilità, offerta a tutti gli uomini di buona volontà di questi territori, di recuperare gli elementi fondamentali di quella cultura di popolo per cui, questo popolo  è giustamente orgoglioso dopo secoli della sua tradizione di vita. Per questo mi auguro che tale iniziativa, con il sacrificio economico che essa ha comportato, comporta e comporterà, diventi un fattore fondamentale di dialogo fra le posizioni diverse ma per l’incremento del bene, della libertà e della giustizia in questo nostro paese”, scrive Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, presentando il nuovo Museo intitolato alla memoria di Monsignor Antonio Bergamaschi al quale si deve l’idea progettuale del Museo. La sua immagine siede infatti nella portantina settecentesca della stanza del Capitolo, dove si trovano riuniti i volti, incisi, dipinti o fotografati, dei vescovi di queste terre, sotto lo sguardo dei quali sono cresciute le generazioni del Montefeltro. E’ quindi la rappresentazione della Chiesa in cammino che porta a una piccola nicchia dove si conserva l’immagine della Madonna in trono e una porta settecentesca del seminario. La Vergine processionale proviene dal santuario di Santa Maria delle Grazie di Pennabilli e la sua presenza sta a indicare la consegna delle chiavi per le porte del cielo. Dalla stanza dell’Incipit si passa a quella ‘Ab aeterno’ raggiungibile attraverso una scala che lascia intravedere il trionfo della Vergine annunciata in un ovale dipinto proveniente da Montecerignone. Accanto a lei un orologio come espressione dell’eternità, poi dietro per la misericordia di Dio, Cristo irrompe dall’eterno nella storia per condividere il tempo dell’uomo. La pala, presente in questa sala, funge da mediatrice con quella successiva dedicata alle reliquie in cui si affastellano reliquiari, un divanetto su cui riposa un dipinto di Santa Mostiola e in fondo un Cristo risorto, promessa della Resurrezione. Poi la sala con le opere del Cagnacci, un San Rocco e un San Sebastiano da Scavolino. Nel corridoio voltato un polittico con i santi francescani, la Madonna di Loreto da Montemaggio, San Giuseppe e Sant’Antonio da Padova: è la stanza de “Il mio bambino”. Perché nel ‘paradosso’ del messaggio cristiano è un bambino che ci guida. “Correre amando, amare correndo”, diceva Sant’Agostino a cui è dedicata la stanza “Sulle orme”: Santa Lucia, Santa Caterina d’Alessandria, San Michele Arcangelo, Santa Maria Maddalena e Santa Teresa d’Avila, poi ancora Sant’Agnese, San Luigi, San Carlo Borromeo, San Girolamo, San Marino, fino ad arrivare agli ex-voto lignei di Petrella-Guidi (“Da cuore a cuore”). Seguono le stanze “Ad alta voce” e “A bassa voce” in cui trionfa l’uso dell’immagine rispettivamente ad uso pubblico e privato. Al mistero eucaristico è dedicata la sala “Presenza”. Poi alla fine di tutto salendo ancora più alto l’apparizione della Vergine delle Grazie di Pennabilli che dal cielo protegge le terre sottostanti. Una piccola finestra racchiusa in una raffinata cornice lascia intravedere la grandezza della natura in un paesaggio toccato dal cielo.
Il Museo Diocesano del Montefeltro si trova nella piazza Sant’Agostino a Pennabilli. Orari dal 9 luglio al 19 settembre: da martedì a domenica dalle 10 alle 13; dalle 16 alle 19; chiuso il lunedì. Biglietti: 5 euro intero; 3 euro ridotto. Per informazioni: 0541.913750; www.museo-diocesano-montefeltro.it

(Da LA VOCE di Romagna, 12 Luglio 2010, pag. 30)

 
Inervento Prof. Santino Langè PDF Stampa E-mail
Giovedì 08 Luglio 2010 19:00

Ecclesia per decursum saeculorum artis

Thesaurus omni cura servavit (Concilio Vaticano II)

(La Chiesa, nel corso dei secoli conservò con ogni cura i tesori dell’arte)

di Santino Langé*

Ogni museo nasce non in base a schemi pre concettuali ma in base ad una sua mission, con una finalità precisa; un museo diocesano è qualcosa che cresce, si sviluppa o si immiserisce a seconda dello svilupparsi o del venir meno della sensibilità religiosa di una Diocesi. Crescerà se cresce la diocesi, subirà degli stalli a seconda dei momenti di stallo della diocesi stessa.
Sotto il profilo puramente pragmatico un Museo appartenente ad un ente religioso nasce in genere dalla necessità o dalla convenienza contingente di raccogliere opere e manufatti che non presentano più un rapporto diretto e continuativo con il “culto”; tuttavia, a di là di questa banale definizione iniziale, gli oggetti di culto dismessi dimostrano - e hanno sempre mostrato nella storia - una serie di complesse potenzialità e sfaccettature che vanno ben oltre dal configurarsi come residui o giacimenti di avvenimenti passati ma di possedere in ogni caso un ruolo formativo e di catechesi che non si limita alla sopravvivenza dei caratteri artistici o artigianali.
Inoltre possiamo iniziare ad affermare – come si vedrà in esteso più avanti – che un Museo che custodisce le tracce e la memoria della vita religiosa e della liturgia di una comunità non può limitarsi a prendere in considerazione solo il complesso degli oggetti esposti (sculture, dipinti, oreficeria, tessuti e così via) ma chiede di essere il centro nel quale tutta la storia di un popolo viene fatta rivivere – con opportuni strumenti – sotto i suoi aspetti delle relazioni spaziali e territoriali: dagli insediamenti, alle pievi e parrocchie, agli edifici religiosi, alle comunicazioni e quindi sotto l’aspetto dello spessore culturale dell’ambiente che oggi definiamo “paesaggio”, così come è recepito anche nel “Codice dei Beni culturale e del Paesaggio”, legge n. 308 dello Stato Italiano.
La materia da trattare è complessa, poiché nelle considerazioni in essa si sovrappongono – per quanto riguarda la tradizione cristiana e in particolare il magistero della Chiesa Cattolica - almeno tre ordini di problemi: il primo – concettualmente – è quello concernente le caratteristiche e le qualità del “manufatto d’arte” pensato e prodotto in funzione del culto, che sinteticamente può essere definito il “carattere dell’arte sacra”; il secondo riguarda il rapporto tra la creazione di oggetti d’arte sacra con l’edificazione e la crescita della comunità di fedeli (pastorale); il terzo infine riguarda la conservazione di tutte le esperienze della “arte sacra”   del passato come giacimenti storici dei quale le strutture ecclesiastiche si fanno garanti delle opportuna conservazione e dell’approfondimento della conoscenza indirizzata sia ai fedeli sia all’intera umanità
Il concetto moderno di autonomia dell’arte ha fatto sì che il contenuto religioso o meno diventasse secondario, come fatto risultante da sviluppi socio-economici della società e quindi oggetto di attenzione di scienze della sfera pratica come l’economia, l’antropologia etc.
Questa lettura ha dato vita – soprattutto nella cultura post-illuminista – ad una separazione tra la “sfera” della creatività artistica di contro alla finalità propriamente religiosa, la cui conseguenza fu un’attribuzione da un lato di “senso religioso”, legata agli aspetti devozionali ed una di “valore artistico” legata agli schemi figurativi, variamente messi in evidenza dalle teoriche coltivate da scuole, movimenti, avanguardie nei diversi settori delle arti e dell’artigianato.
La cultura cattolica, per rispondere a questi quesiti, ampliò la tematica dell’immagine in una, completamente rinnovata, riproposizione della nozione di “liturgia”.
L’intenzione nell’uso del termine “liturgia” è stata quella di individuare una posizione sintetica, capace da un lato di legare la sfera della devozione privata e personale con quella del culto pubblico e sacramentale, così come appare quale “leit-motiv” di fondo nel saggio su “Lo spirito della liturgia” di Romani Guardini, del 1918.
L’attenzione per la liturgia ha privilegiato sopra ogni cosa, nella vita della Chiesa, il momento di comunicazione e scambio (al presente  e al passato) tra i fedeli riuniti come “ecclesia” e tra l’ecclesia e Dio, in un rapporto di reciproca donazione.
Se il carattere quindi di ogni azione liturgica è lo scambio a partire dall’intenzione del comunicare (nella sua perfezione o imperfezione) la categoria dell’estetico – così come è stata elaborata soprattutto a partire dal Settecento – non risulta così importante e decisiva per definire un metro di giudizio per la fruibilità e tutela/conservazione dei cosiddetti prodotti dell’arte appartenente alla dimensione liturgica, ma sono più utili altri percorsi analitici imperniati sulle dimensioni del “comunicare” e del “testimoniare”.

*Professore emerito di Restauro Architettonico e Storia dell’Architettura

 
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